Recensione

Paul DIETSCHY - Stefano PIVATO, Storia dello sport in Italia, Bologna, Il Mulino, 2019, 280 pp.

Sergio Giuntini

(Società Italiana di Storia dello Sport)

Con Storia dello sport in Italia  di Paul Dietschy e Stefano Pivato si colma finalmente una lacuna storiografica che, in questo panorama studi, appariva sempre più vistosa. A fronte di numerose storie relative a calcio, ciclismo, atletica leggera, basket, volley – d’indirizzo prevalentemente sociale – mancava un’opera di sintesi, che aggiornando e superando i (rari) lavori precedenti, li racchiudesse organicamente. Questi peraltro sono ben celebri: dal pionieristico (ma ancora affascinante) Storia dello sport in Italia. Dalle società ginnastiche all’associazionismo di massa  (1977) di Felice Fabrizio, all’assai meno convincente Storia e storie dello sport in Italia. Dall’Unità a oggi (1999) di Remo Bassetti, troppo narrativa e aneddotica, per arrivare alla raccolta collettanea Storia degli sport in Italia 1861-1960  (2004) curata da Antonio Lombardo.

L’opera di Dietschy e Pivato era perciò auspicata quanto necessaria, compendio dei sensibili progressi registrati dalla storiografia sportiva italiana negli ultimi decenni, e (forse) prova della maturità dalla disciplina anche nel nostro paese. La storia dello sport, vale ricordarlo, è stata scarsamente considerata in ambito accademico fino al recentissimo passato, finendo per essere maneggiata con poca cura dal giornalismo, spesso inadeguato sostituto della più approfondita indagine specialistica. Tante, dunque, le aspettative riposte in questo saggio, che, diciamo subito, non tradisce le attese.

In primo luogo, grazie all’alchimia raggiunta dalla coppia di autori, Paul Dietschy e Stefano Pivato, che dona al volume una dimensione trasversale, che inserisce lo sport in Italia in una sua dimensione europea e sovranazionale. Come i due autori sottolineano nell’introduzione, non solo «che l’amicizia e le affinità intellettuali tra cugini latini restano forti», ma pure che «la storia dello sport come quella più in generale, è divenuta un oggetto di studio che coinvolge ormai generazioni di ricercatori inglesi, francesi e italiani» (p. 9). Un patrimonio storico comune che può trarre dalla contaminazione tra studiosi di diverse provenienze e dall’analisi comparata, un maggior respiro, migliorando la profondità d’analisi.

In secondo luogo, risulta estremamente interessante il collegamento, la “cerniera”, che Dietschy e Pivato fissano tra lo sport dell’Italia antica e moderna e quello otto-novecentesco. Un legame di continuità, pur con i suoi distinguo, non scontato e quasi mai tentato da lavori analoghi. Spesso, infatti, le trattazioni, richiamandosi all’impulso impresso dalla cultura vittoriana inglese, fissano il proprio punto di partenza con la seconda metà dell’Ottocento. Senza sminuire l’importanza di questa cesura cronologica – cuore dell’identità sportiva contemporanea – il saggio riprende alcune suggestive considerazioni di Wolfgang Decker e Jean-Paul Thuiller che, anche rispetto allo sport, hanno posto i seguenti interrogativi: «Nessuno sarebbe sconvolto da una storia della medicina, della musica, dell’architettura o della religione nell’antichità, ovvero in un’epoca in cui queste nozioni non potevano ancora esistere, in quanto sono state inventate solo durante l’età greco-romana. Perché allora non possiamo fare un uso simile di un concetto culturale paragonabile?» (p. 13).

Seguendo questa logica, il volume ripercorre le attività fisico-agonistiche dell’Italia etrusca e romana, evidenziandone soprattutto la sfrenata competitività, mostrando i punti in comune con lo sport contemporaneo, per poi proseguire con osservazioni sui giochi di palla, la scherma e l’equitazione, che ebbero in Italia la loro “culla” rinascimentale. Arti accademiche che generarono una ricca trattatistica, motivo di un primato italiano continentale ancora nel Settecento, introduzione al vero e unico “sport nazionale” preunitario della penisola: il gioco del pallone al bracciale.

Un tema caro a Pivato, già analizzato all’interno del suo I terzini della borghesia (1990). Del resto, sotto il punto di vista sociologico, il pallone al bracciale, diffuso in Italia centrale e in diverse regioni del Nord, presentava molte affinità con l’agonismo odierno: l’accentuato professionismo; lo sferisterio (prototipo degli stadi attuali); il tifo acceso per i principali campioni; la scommessa quale fonte di lucro e finanziamento. Lo specifico episodio del 1845, di cui fu teatro Rimini, ne conferma peraltro la portata sociale, antecedente delle rivoluzioni risorgimentali del 1848. La partita di pallone segnò per la città romagnola l’inizio di un tentativo di sollevazione liberale: punto sensibile per via della gran folla che si radunava al suo interno.

Il Risorgimento – Mazzini, Garibaldi, Pisacane, Pellico, D’Azeglio si faranno fautori di ginnastica e tiro a segno quali strumenti utili alla causa nazionale – rivestì un ruolo significativo, fissando un paradigma di esercizi fisici ereditati dalle scuole del nuovo Regno con la promulgazione della legge Francesco De Sanctis (1878). Rifacendosi alla linea militarista prussiana incarnata dal Turnvater  Ludwig Friedrich Jahn, importata nel Piemonte sabaudo da Rudolf Obermann, l’associazionismo ginnastico uscì dall’età risorgimentale, intriso dei suoi valori e profondamente nazionalista, imponendosi subito come il movimento sportivo italiano più organizzato e ramificato, ed esercitando la propria egemonia sino alle porte della Grande Guerra. Un’egemonia che contrastò il dispiegarsi dello sport di matrice britannica.

Dietschy e Pivato osservano al riguardo: «A partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento il tema del contrasto fra la ginnastica e lo sport si rivela come l’opposizione fra mondi e valori distinti e contrapposti. Mentre la ginnastica continua a rivelare la sua impronta risorgimentale, il modello sportivo guarda al di fuori dei confini nazionali e al mondo della rivoluzione industriale. La ginnastica, come attività di squadra atta a sviluppare lo spirito di obbedienza e di sottomissione ai valori della patria, e lo sport, volto a stimolare nell’individuo lo spirito della libera iniziativa e della competizione. Insomma, ginnastica contro sport. Ottocento contro Novecento. Passatismo contro Modernità» (p. 48). Questa contrapposizione comportò notevoli ritardi in Italia, contrastando la diffusione degli sport più tipicamente anglosassoni, ma anche dello stesso olimpismo decoubertiano. In questo la Prima guerra mondiale rappresenta un autentico spartiacque che, impregnato del vitalismo sportivo futurista e dagli esempi offerti dagli alleati dell’Intesa, portò al tramonto del modello ginnico, favorendo pratiche più moderne in primo luogo del calcio: «Dopo Caporetto, i giornali di trincea elogiano i meriti del calcio nel mantenere occupati i soldati nelle retrovie. Nel maggio 1918 “L’Astico” assicura che il gioco trova ‘grandissimo favore fra i reduci dell’altopiano’ e che ‘nessun altro sport, meglio del foot-ball forma il soldato coraggioso, calmo e impavido’. Oltretutto la partita di calcio ‘è anche momento di allegria, di giubilo, la degna conclusione di una festa’ che permetteva di far uscire dalle rigidità e dalle gerarchie dei sistemi di costrizione militare sia chi vi partecipava, sia chi vi assisteva» (p. 81).

Il volume non si sottrae all’analisi dello sport durante il periodo fascista, nel quale emergono le profonde trasformazioni imposte dalla Grande Guerra, fornendo un giudizio che pare equilibrato e condivisibile. Da un lato rilevano come «l’avvento del fascismo eleva l’Italia al rango di ‘nazione sportiva per eccellenza’ e lo spirito competitivo è al centro di un progetto di trasformazione antropologica della nazione. Al tempo stesso il regime costruisce le strutture dello sport italiano destinato a rappresentare la vitalità della nazione. Tant’è che anche gli storici più tradizionalisti non hanno esitato a riconoscere nell’atletismo uno dei più efficaci strumenti del consenso al regime mussoliniano» (p. 7). Dall’altro, indicano il sostanziale fallimento del fine più ambizioso, il “rifare antropologicamente” gli italiani: «Il progetto fascista mira ad avviare una ‘rivoluzione antropologica’ per trasformare la ‘razza italiana’ attraverso l’azione e la conquista. La formazione di questo uomo nuovo passa dapprima per ‘la sola concezione possibile dell’uomo, identificato nel cittadino-soldato’. La creazione di un homo sportivus  fascista costituisce sia un obiettivo concreto da raggiungere tramite l’educazione dei giovani italiani e i divertimenti degli adulti, sia un elemento per promuovere l’immagine politica del regime. I risultati di questa rivoluzione antropologica sono tuttavia modesti, visto che negli anni Trenta e Quaranta ben un terzo dei giovani di leva fu riformato per rachitismo o per insufficiente altezza» (p. 89). Anche sotto un altro profilo, più ideologico, quello del culto del «vivere pericolosamente», dell’esaltazione della mascolinità forte e guerriera, il fascismo non riuscì ad instillare nelle nuove generazioni i tratti distintivi del cosiddetto «uomo nuovo». L’immagine del Duce, proposto dalla macchina propagandistica del Regime come «Primo sportivo d’Italia», non determinò schiere di entusiasti imitatori.

Caduto il regime, nel secondo dopoguerra lo sport diventò veicolo di riscatto civile per un Paese uscito da conflitto in modo disastroso, sotto il punto di vista morale e materiale, e contribuisce, col suo pathos, all’etica della Ricostruzione. Le vittorie estere di Fausto Coppi e Gino Bartali, del discobolo Adolfo Consolini alle Olimpiadi di Londra (1948), l’epopea tragica del “Grande Torino” perito nell’incidente di Superga, la conquista della vetta del K2 rappresentano tappe importanti di questo processo di rinascita.

Al netto di questo, lo sport non rappresentò un corpus separatum  nella crescente tensione della Guerra Fredda, come attesta il volume citando la celebre rivalità fra Coppi e Bartali, metafora del conflitto tra le due tendenze politiche che connoteranno l’intera storia della Prima Repubblica italiana. In questa visione manichea Coppi fu adottato dal Partito comunista, e Bartali divenne un simbolo della Democrazia cristiana e del moderatismo. Due “eroi” dello sport, traslitterazione della commedia guareschiana di Peppone e Don Camillo  nello sport.

Ma oltre ai due campioni del pedale, la divisione fra democristiani e comunisti era ben più profonda, in quell’Italia spaccata letteralmente a metà, dove i partiti si dotarono di due diversi enti, le proprie masse sportive in due enti (collaterali ai partiti di riferimento), il Centro Sportivo Italiano (Csi) per la Dc, e l’Unione Italiana Sport Popolare (Uisp) per il Pci. Una divisione che – al netto di una pesante cappa ideologica – costituì un fondamentale elemento del tessuto sportivo italiano, sopperendo alla distanza tra lo «sport legale» del Coni, dominato per un trentennio dalla controversa figura di Giulio Onesti, e lo «sport reale» del trascurato associazionismo periferico di base.

Il Coni che, partecipando a suo modo alla Ricostruzione, si giocò tutto il proprio prestigio con l’appuntamento delle Olimpiadi estive di Roma (1960), anticipate da quelle invernali “minori” di Cortina d’Ampezzo (1956). Una scommessa vinta, evento d’indiscusso successo, che suscitò l’ammirazione internazionale e presentò nell’agone internazionale l’Italia del “boom” economico. Un evento ormai televisivo, come dimostra la vendita dei diritti dei Giochi olimpici romani alla Cbs per 660.000 dollari e all’Eurovisione per 540.000, mentre il ciclismo, ormai indebolito dalla motorizzazione, cedeva il proprio scettro di sport più popolare al calcio.

A incrinare questo quadro di fragile sviluppo e apparente consenso, irruppe, abbastanza imprevisto – tanto più nel mondo dello sport – il fatidico ’68. La ventata di contestazione che investì pure il sistema sportivo, è resa così, con indubbia efficacia, da Dietschy e Pivato: «Nel 1968, due anni prima dei campionati del mondo di calcio, sempre a Città del Messico si svolgono quelle Olimpiadi che costituiscono uno spartiacque nel rapporto fra sport e politica. Per i giovani della baby boom generation  i Giochi olimpici di quell’anno sono passati alla storia non per un’impresa sportiva ma per una delle più potenti immagini che si siano mai impresse nella memoria: la foto che ritrae i velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos con il pugno chiuso guantato sollevato durante la premiazione della gara dei 200 metri, in segno di protesta contro il razzismo e a sostegno del movimento dei diritti civili […]. Sono proprio quegli episodi e le analisi dei seguaci della Scuola di Francoforte a suscitare sentimenti di diffidenza e ostilità nei confronti dello sport da parte dei giovani del Sessantotto. Anche perché quell’anno sembra rispolverare un non mai sopito antisportismo che all’inizio del Novecento aveva caratterizzato i comportamenti dei giovani socialisti, anarchici e repubblicani. E se alla fine dell’Ottocento il profeta dell’antisportismo era stato il sociologo radicale americano Thorstein Veblen, un secolo più tardi è Gerhard Vinnai ad aggiornare l’interpretazione dello sport come ‘oppio dei popoli’. Secondo Vinnai lo sport, e il calcio in particolare, sarebbe un veicolo di modelli culturali funzionali al potere e legato alle dinamiche psicologiche dell’aggressività e del narcisismo. Il successo del libro di Vinnai, Il calcio come ideologia , pubblicato da una piccola casa editrice tedesca è immediato e il saggio viene tradotto e più volte ristampato anche in Italia […]. Questi atteggiamenti spiegano perché, di fronte alla ventata di patriottismo che la nazionale suscita grazie alla vittoria dei campionati europei del 1968 e alla “partita del secolo” contro la Germania, molti giovani di quella generazione non esitano a tifare contro gli azzurri. Per quanti aderiscono ai gruppi radicali l’opposizione allo sport è incondizionata, in quanti militano nel Partito comunista l’atteggiamento è più sfumato» (pp. 169-171).

Le critiche mosse dalla sinistra extraparlamentare allo sport capitalista non andarono oltre l’autoreferenzialità e rimasero minoritarie all’interno della società italiana. Anzi, proprio un avvenimento sportivo, la vittoria della Coppa del mondo di calcio del 1982, fu interpretato come un segno dell’uscita del paese dalla lunga notte del terrorismo “rosso” e “nero”: «In un mondiale che si tinge di sentimenti nazionalistici c’è chi non esita a considerare quella vittoria come una sorta di nuovo Risorgimento nazionale. Tant’è che Giovanni Arpino, con un’enfasi certamente sopra le righe, paragona Antognoni a Mazzini, Bruno Conti a Nino Bixio e colloca Bearzot fra Cavour e Garibaldi. Più prosaicamente gli osservatori del costume nazionale scriveranno che quel mondiale pone fine agli anni di piombo per inaugurare gli anni d’oro del made in Italy » (p. 191).

Il volume nell’ultimo capitolo sposta la propria attenzione sull’«età della globalizzazione»: segnata dall’irreversibile crisi delle «grandi narrazioni» e delle ideologie novecentesche, che comportarono una radicale ridefinizione delle proprie politiche anche da parte di Uisp e Csi, mentre il paese affrontava nuove sfide sportive, sempre più proiettate su una scala europea e mondiale. Sottotraccia rimane la domanda, ancora senza risposte soddisfacenti e univoche, se gli italiani si siano trasformati in un autentico popolo di praticanti. Cioè se, da semplici fruitori passivi dello spettacolo sportivo, siano diventati dei consumatori consapevoli dei benefici che si possono trarre dall’esercizio fisico diretto.

Concludendo, è necessario ricordare come il saggio abbia già avuto un primo importante riconoscimento nell’ottobre 2019, con l’attribuzione da parte della Società italiana di Storia dello Sport (Siss), del premio annuale Mario Alighiero Manacorda, motivandolo così: «In una stagione florida di libri dedicati alla storia dello sport, l’opera di Stefano Pivato e Paul Dietschy si distingue perché rappresenta la prima sintesi esaustiva dedicata alla storia dello sport con taglio politico e sociale prodotta in Italia: un testo valido per studenti, studiosi e semplici appassionati, che riesce a coinvolgere per il suo semplice e avvincente stile narrativo. Inoltre è il frutto di due studiosi affermati che, parafrasando Walter Benjamin, hanno guardato allo sport come l’angelo dipinto da Paul Klee, che si muoveva con le spalle verso il futuro e lo sguardo rivolto al passato, scrivendo un’opera che, raccontando il passato diventa un ottimo strumento per leggere non solo la vicenda sportiva del presente, ma anche comprendere la nostra società odierna».