La stampa romanista e le lettere
al Commando Ultrà Curva Sud

Roberto Colozza

Università della Tuscia



Abstract: Football fandoms traditionally communicate through writings, particularly correspondence with periodicals and bulletins related to their favourite team. The present article focuses on a peculiar kind of that literature, by shedding light on letters addressed in the mid-80s by common AS Roma supporters to the Commando Ultrà Curva Sud (CUCS), which was one of the largest European ultrà groups as well the leading group within the romanista fandom. Most letters are written by young people (men and women) who considered CUCS as a source of their own faith, a collective of heroes that were able to sublimate tifo into a holy ritual. Some of those letters were published in periodical press while some others are unedited but accurately catalogued in the AS Roma historical archive: in both cases they witness the ideals of a generation that believed in football as a civic religion.

Keywords: AS Roma, football fandom, private and public writing, ultrà and ultras


Il desiderio d’esprimersi attraverso lo scritto è una costante della comunità romanista fin dalla nascita dell’A.S. Roma. Tanta parte di questa spinta comunicativa sfocia nella corrispondenza con le riviste amiche: dal bollettino societario degli anni Trenta fino al «Tifone», storico foglio semiserio di cronache sportive, passando per i vari periodici d’obbedienza giallorossa che si susseguono nel dopoguerra. È un repertorio che rappresenta i modi di vivere il tifo, disagi e speranze resi pubblici, spesso con nome cognome e indirizzo postale, per condividere coi simili e aspirare ai beniamini. Diverso è il caso della produzione epistolare indirizzata al CUCS, ovvero il Commando Ultrà Curva Sud, fulcro dell’estremismo giallorosso dalla fine degli anni Settanta fino al ’99. Con la nascita del tifo ultrà, un nuovo paradigma valoriale sorge: il tifo diventa un’attività oltranzista, h24, una militanza che non disdegna aggressività verbale e fisica, e vive la squadra d’appartenenza come l’avanguardia sportiva di un esercito di cui la curva è il vero quartier generale1. In questa dialettica, i paladini del credo appaiono complementari ai giocatori: mentre a questi ci si rivolgeva come a individui destinati a compiere imprese impossibili per il tifoso, agli altri ci si rivolgeva in nome di un’identità comune. Né si scriveva al CUCS come a un qualunque Roma club: questo era un semplice microcosmo organizzativo, l’altro era fonte della fede. Un centro propulsivo che plasmava il credo e gli dava forma canora e coreografica vivendolo come una militanza sette giorni su sette.

Alcune missive agli ultrà trovavano sbocco pubblico nell’apposita rubrica curata dallo stesso CUCS sulle pagine di «Giallorossi», rivista indipendente nata nel 1971, oppure negli spazi televisivi e radiofonici di cui il gruppo si avvaleva su network locali: Radio Stand By, GBR, Teleroma 56. Ad altre spettavano brevi risposte precedute dal nome del mittente, così da risultare riconoscibili. Ne arrivavano decine al mese, d’altronde, e i curatori dovevano necessariamente selezionare, per ovvie ragioni di tempo e spazio. Archiviati e accuratamente inventariati, tanti originali, manoscritti o dattiloscritti, sono giunti fino a noi, custoditi oggi presso l’archivio storico dell’AS Roma. Risalgono a metà anni Ottanta e illustrano la soggettività di una generazione di giovani bisognosi d’interlocutori autorevoli nel campo della religione civile calcistica, tessuto aggregativo e fucina di un’identità collettiva cui i successi della Roma del tempo conferivano irresistibile fascino. Qualche lettera tocca aspetti materiali come il tesseramento e il reperimento di tracce visuali del tifo, VHS o poster, ma domina il racconto di sé e dei contesti autobiografici. Chi scrive non fa parte della prima linea, ma piuttosto delle retrovie scalpitanti di una comunità nella comunità tifosa: aspira a un maggiore impegno ma spesso non può permetterselo o, magari senza ammetterlo, non ha la forza di compiere il grande salto e resta su posizioni attive ma non propositive.

Il fine del presente saggio è, dunque, decrittare le dinamiche discorsive e identitarie del rapporto tra tifosi comuni e ultrà, mostrando come questi ultimi abitassero un mondo tutt’altro che chiuso o autoreferenziale, come spesso lo si dipinge. Nello specifico, gli ultrà romanisti erano attori visibili e rintracciabili, presenti sui media del tifo. Dal punto di vista espositivo, l’articolo si esprime attraverso un linguaggio narrativo che potrebbe spiazzare il ricercatore ma che è il punto d’arrivo di una faticosa rielaborazione stilistica finalizzata ad andare incontro al non specialista. Tutto ciò sia per deliberata scelta dell’autore, che abbraccia una concezione divulgativa del sapere storiografico, sia, a maggior ragione, per l’argomento trattato: lo sport come racconto è un classico della saggistica non accademica, ma anche quella accademica vanta autori dalla penna disinvolta e a tratti eccentrica, si pensi a Valerio Marchi o Bruno Barba. Ciò premesso, le pagine che seguono poggiano su una robusta gamma di fonti che gli conferiscono spessore scientifico-filologico: oltre al materiale archivistico cui si accenna sopra, bollettini societari e periodici d’epoca, interviste a protagonisti del tempo, materiale visivo e iconografico, come adesivi e fotografie. Prima di entrare nel vivo di queste tracce, esploriamo il retroterra e il contesto in cui vennero alla luce, ripercorrendo rapidamente la storia della carta stampata romanista e del mondo ultrà giallorosso.

«Er core de Roma è una delle cose più nefaste e la Rometta ne è il prodotto classico. Da una Roma romantica si passò a una Roma illuminista»2. Fulvio Stinchelli, giornalista e sofisticato araldo della romanità romanista, sintetizza con queste parole il passaggio di consegne che avrebbe aperto la strada ai gloriosi anni Ottanta, sotto l’egida del presidente Dino Viola e dell’allenatore svedese Nils Liedholm, profeta del modulo a zona. Era il 1979 e la Roma chiudeva un’ennesima stagione così così, due punti appena sopra la zona retrocessione. A poco era servito tenere in rosa i giocatori migliori e acquistare la punta di diamante Roberto Pruzzo, il bomber di Crocefieschi arrivato dal Genoa. La Roma del patron Gaetano Anzalone, presidente tra ’71 e ’79, aveva fatto da apripista in termini di gestione aziendale ma aveva deluso a livello di risultati, con una felice eccezione: la squadra Primavera, più volte campione d’Italia (1973, 1974, 1978) e seguitissima nelle sue partite al campo del Tre Fontane. Nonostante i trionfi del vivaio, la società di via del Circo Massimo restava inchiodata a un diminutivo, “Rometta”, tra l’affettuoso e il compassionevole. Viola, ora, le avrebbe portato pragmatismo e uno stile poco comune in città: velatamente sardonico, di poche ficcanti parole a formare un gergo tanto riconoscibile da guadagnarsi il soprannome di «violese». Il coraggio d’essere impopolare sostanzia un amorevole senso del dovere in cui ai tifosi sono assegnati precisi compiti nel loro rapporto con la società e il suo massimo esponente:

Lo definisco un rapporto d’amore e mi spiego. L’amore è di due generi: di concupiscenza e di benevolenza. Nel primo il soggetto vuol bene a qualcosa del quale ha bisogno. Potrei, dunque, dire ai tifosi: vi voglio bene perché mi servite, perché mi necessitano voti elettorali, réclame ecc. Ebbene, questo non esiste, perché io non ho assolutamente bisogno di niente; il rapporto, dunque, deve essere esclusivamente di benevolenza e si estrinseca in modo anomalo: io do una cosa a loro e loro non la devono rendere a me, ma alla Roma. Perciò li invito a starmi vicino, a criticarmi ma li esorto anche a voler bene solo ed esclusivamente alla Roma3.

Se ai vertici si cambiava aria, la base d’affezionati restava quella di sempre, tra disincanto e speranze al limite dell’idolatria. Per un Romeo Benetti, a Roma dal 1979, che nonostante la notorietà faceva la spesa alla piazza del mercato contrattando sul prezzo, c’era chi s’apprestava ad ascendere all’empireo come il brasiliano Paulo Roberto Falcão, acquistato nel 19804. Chiunque volesse vincere con la maglia della Roma doveva assuefarsi a un contesto in cui i tifosi erano presenza ineliminabile per giocatori e allenatore, sia nei momenti topici che nella routine di allenamenti, socialità metropolitana, ritiri estivi.

A fare da collante per la comunità d’affezionati, c’era l’effervescenza delle riviste attive fin dagli anni Cinquanta. Due figure spiccavano allora nel mucchio dei tifosi: Domenico Montanari, detto Memmo, e Angelo Meschini. Uno era corpulento, sanguigno e tarchiato. Grande urlatore da gradinata, di mestiere gestiva un bar all’ombra del Colosseo. L’altro era un assicuratore siciliano, smilzo e dinamico, da poco immigrato nell’Urbe. Nel novembre 1950, mercé i due, nasceva «Il giallorosso». Le fecero rispettivamente da incubatrice e culla una rosticceria vicina alla stazione Termini, feudo dei fratelli Mario e Peppino Catena, e il caffè-ristorante gestito dalla famiglia Ciampini in piazza Navona. Adriano Verdolini, adolescente del Celio e futuro sociologo d’accademia, vedeva sorgere a casa sua un altro foglio settimanale: la «Fiaccola giallorossa», effimera ma fedele compagna del romanista la domenica, in casa e fuori. La piazza romana restava involuta in termini di capacità imprenditoriali, e gli scadenti risultati della squadra dal 1943 in poi ne erano impietosa dimostrazione. Non per questo i giocatori erano meno amati. La contiguità tra loro e i tifosi era ancora agevole: dov’erano i primi, lì s’addensavano drappelli d’affezionati. Che si trattasse d’una cena nel ristorante abituale a piazza del Popolo o del ritiro precampionato nel fresco agostano del reatino, i seguaci non mancavano mai5.

Erano anni difficili i Cinquanta, in cui la Roma conobbe la sua prima e finora unica retrocessione, che durò solo un anno e che, per contrasto, consolidò la base e la spinse ad organizzarsi. Nascevano in quel periodo, col patrocinio della società, i primi circoli inquadrati in un’associazione che prese il nome d’una bandiera dell’anteguerra, Attilio Ferraris, deceduto sul campo nel 1947. Accanto alle attività “militanti” inerenti al tifo e a iniziative che sfociavano persino in un abbozzo di Welfare State giallorosso, alcuni circoli si dimostravano incontrollabili dai vertici. Qua e là prese ad allignare il gioco d’azzardo, che attirava l’occhiuta cura di forze dell’ordine e AS Roma. L’associazione si dotò allora di un organo ufficiale, «Roma sportiva», e provò a ritessere buoni rapporti con la società sotto l’egida del commissario Nicola Colamaria detto “Nicolino”. Il circolo del rione Esquilino era quello che funzionava meglio, con centinaia di affiliati anche da quartieri limitrofi. In sede, si faceva notare l’altare laico ad Attilio Ferraris; allo stadio lo striscione con su scritto «Roma sei er core dell’Esquilino». Nel 1957 fu inaugurato il nuovo quartier generale, dotato di servizi e passatempi che lo facevano somigliare a un circolo ricreativo a tutti gli effetti.

Nonostante gli exploit, la “Attilio Ferraris” implodeva sul finire del decennio lasciando un vuoto che solo qualche club indomito riusciva a colmare. La tendenza s’inverte dopo il Sessantotto, sull’onda d’un revival localistico che fa delle piccole patrie i luoghi d’un rinnovato patriottismo territoriale. Il tam-tam della riscossa rimbalzava da circoli collaudatissimi, Casalbertone e il “Giuliano Taccola” di Primavalle, a tanti altri che sorgevano tra la capitale e il suo hinterland, alcuni sulle ceneri di vecchi gruppi. Altri nascevano in seno a società sportive, come a Pavona, o industrie, come alla Litton di Pomezia. In un’epoca in cui il cliché del laziale come provinciale era ormai consolidato, i romanisti conquistavano plaghe teoricamente appannaggio dei rivali: i Castelli, la Valle dell’Aniene, la Tuscia, soprattutto Caprarola, Ronciglione e Vignanello. Nell’Urbe, avamposti giallorossi s’incuneavano in territori avversi mentre le adesioni dilagavano nei quartieri amici: oltre 200 a Portuense in soli cinque mesi dall’apertura. Ma l’onda della passione era lunga. Milano era stata raggiunta negli anni Sessanta, anche se solo ora il club meneghino sfondava: quartier generale in via Curtatone 16, a 350 metri, manco a farlo apposta, da Porta Romana. All’inizio del ’73, si sconfinava grazie all’inaugurazione del primo circolo estero a Malta. Chi non aveva risorse per una sede con quattro mura e un soffitto, s’arrangiava come poteva. Il circolo di piazza Manfredo Fanti, a fianco della stazione Termini, s’insediò in un chiosco edicola, così come quello di San Giovanni, nella speranzosa attesa che un certo amico concedesse un provvidenziale locale in affitto6.

Parallelamente, il bisogno di uno spazio aggregativo per la comunità immaginata si estrinsecava attraverso nuove testate. Prima «Romasport», tra 1970 e ’71, poi, dopo l’estate di quell’anno, «Giallorossi». Da lì partì l’esortazione a contarsi e unirsi, moltiplicata da una diffusione capillare che porterà a vendite lusinghiere, fino a 70.000 copie nel dicembre 1979. Un premio simpatia, normalmente qualche biglietto omaggio, ricompensava l’edicolante che avesse sfoggiato la migliore esposizione della rivista; pubblicità da commercio minuto garantivano pecunia e rinsaldavano il sodalizio con qualche tifoso benestante. Nel frastagliato panorama della stampa romanista, «Giallorossi» primeggerà per qualità e longevità, per la regolarità delle uscite, per gli scatti di Roberto Tedeschi, allora giovane promettente e oggi decano della fotografia sportiva. Tutto sotto l’egida del direttore Remo Gherardi e dell’editore Pietro Fiorani7. Affluirono firme prestigiose quando, nel novembre 1973, le redini passarono all’esperto Gabriele Tramontano: tra gli altri i giornalisti Giorgio Tosatti, Maurizio Barendson, Aldo Biscardi e lo scrittore Giovanni Arpino. Né romani né romanisti ma esperti di calcio a 360 gradi e ottimi conoscitori della piazza capitolina. La Roma da sfogliare colmava le lacune che la Roma da tifare lasciava tra una partita e l’altra: mentre la squadra attirava seguaci come un magnete i metalli, il periodico diffondeva capillarmente il verbo entrando nelle case dei lettori. L’importante era farli sentire protagonisti.

«Giallorossi», si legge in un editoriale-lancio della campagna abbonamenti, «deve essere dei tifosi, finanziata con il contributo dei tifosi e diretta ‘politicamente’ […] dai tifosi»8. Un “Oscaretto” premiava il giocatore preferito dai lettori con una votazione lunga l’intero campionato 1972-1973. Contenti i più votati e contenti quelli che li votavano e speravano di vincere l’ambita ricompensa: incontrarli personalmente. Una rubrica dava voce ai lettori e ogni tanto anche un volto. Spuntavano allora foto da località estere con vessilli ben in mostra: una specie di prova delle capacità conquistatrici del popolo romanista, in attesa che la squadra facesse altrettanto. Partì anche un concorso che funzionava così: pubblicazione d’una foto di tifosi sugli spalti, un cerchietto a circondare il volto d’un carneade tra gli altri. Se il tifoso cerchiato si riconosceva e contattava in tempo la redazione, conquistava i biglietti in palio. Un gioco divertente e contagioso, che infatti si ritrova in altre riviste romaniste del periodo. Occhio di riguardo per il settore più caldo: tra i primi poster in regalo, quello della Curva Sud spezza la ripetitiva sequela di calciatori in tutte le salse (primi piani, piani americani, evoluzioni agonistiche, etc.).

Dei tifosi, «Giallorossi» aumentava non solo l’ego ma anche abilità pedatorie e nozioni teoriche. Circa le prime, dal 1972 un torneo di calcio impegnò realtà amatoriali della scena cittadina. Dell’altro erano destinatari i piccoli romanisti aspiranti calciatori, autodidatti per carenze d’impianti nei quartieri di provenienza. Nelle ultime pagine si trovano brani estratti dal manuale per i «Nuclei di Addestramento Giovani Calciatori» curato dal settore tecnico della FIGC. Consigli per diventare giocatori provetti accompagnano schemi d’azioni in perfetto stile Carmelo Silva, l’illustratore che per decenni raccontò gol fissandoli su carta prima che la marea digitale dilagasse sugli schermi dei calciofili subissandoli di input audiovisivi. Sempre a proposito di nuove leve, la prole tifosa era immortalata in una rubrica, «Lupacchiotti giallorossi», che ritraeva infanti in un’età approssimativamente collocabile tra culla e licenza elementare, con generalità sotto ogni immagine e bardatura romanista opzionale. A guardarle come fossero pagine d’un album di figurine, sarebbe potuta sembrare un’eterogenea compagine di calciatorini in borghese. All’apertura del campionato 1973-1974 la rubrica si apriva a lieti eventi assortiti – nuovi nati ma anche matrimoni, lauree, etc. – «per incrementare di più la grande famiglia giallorossa»9.

Si calcola che a metà anni Settanta 500-600.000 fossero in totale le persone definibili come tifosi della Roma. Una marea umana di cui i media lodavano l’intramontabile desiderio a prescindere dai risultati della squadra. La Roma, secondo una certa visione romantica, dava corpo al «superstite dominio dell’illusione, dove trovano sogni e quindi vita possibile le persone semplici»10. Sarà, ma tra i romanisti allignavano personalità di cui tutto si può dire meno che fossero degli sprovveduti: dal Talleyrand della Repubblica Giulio Andreotti a Luigi Petroselli, sindaco comunista di Roma dal ’79 all’‘81. Nutrita la schiera in campo musicale. Claudio Baglioni, Severino Gazzelloni, Ennio Morricone, Nicola Piovani. Stelvio Cipriani, milioni di dischi venduti con la colonna sonora di “Anonimo veneziano”, usava carta pentagrammata gialla e rossa scrivendoci a colori alternati11. A parte i VIP, mantra della dirigenza era che a una società autorevole dovesse corrispondere una tifoseria vasta ma coesa. Obiettivo che sembrava raggiunto se è vero che nel luglio 1975 il CCRC (Centro di coordinamento dei Roma club) censiva 126 club in rappresentanza di 40000 tifosi, razionalmente divisi in zone territoriali per favorire decentramento e organizzazione delle trasferte12. Nel 1977 un Roma club vedeva assurgere il proprio presidente al vertice della FISSC (Federazione italiana sostenitori squadre di calcio); altri si distinguevano in attività socialmente utili, dalla beneficenza alla promozione dello sport in quartieri disagiati13. Una cena collettiva al ristorante “Zio” di via Appia Nuova scriveva la parola fine sul campionato dei sostenitori nell’attesa impaziente della ripresa autunnale.

Qualcosa si muoveva, intanto, tra le frange del tifo oltranzista, frazionato in tanti gruppuscoli e con un potenziale espressivo incompiuto. L’esempio della curva torinista, unita e rafforzata, faceva scuola. Nella seconda metà del ’76 va tessendosi la trama che porta il 7 gennaio 1977 alla comparsa dello striscione del Commando Ultrà Curva Sud (CUCS) all’Olimpico. Si trattava del punto d’arrivo di un lavoro di coordinamento tra i gruppi della Sud condotto sotto l’egida della società e delegato a Fausto Iosa, presidente del Roma club Esquilino, dirigente AIRC (Associazione italiana Roma club) e tesserato numero uno del nuovo sodalizio. All’A.S. Roma interessava avere un tifo compatto perché meglio controllabile e più vigoroso; agli ultrà federarsi, irrobustirsi e godere di qualche facilitazione: ingressi anticipati, per esempio, e un deposito materiali dentro l’Olimpico. La sede AIRC a Ostiense tenne a battesimo quest’alleanza tra establishment ed estremisti. Antonio Bongi, leader dei “destri” Boys, ideò il nome, che gli venne in mente leggendo un articolo sul conflitto israelo-palestinese. Ispirazione paradossale secondo i canoni ideologici prevalenti – i filopalestinesi romanisti erano classicamente i “sinistri” Fedayn – ma prova dell’eclettismo della politicizzazione ultrà, almeno in fatto di lessico. L’acronimo CUCS, invece, era «in stile università americana»14. Simbolo degli ultrà era il monogramma UR, scritto con caratteri spigolosi attraversati da un fulmine che zigzaga dall’alto in basso, incrociando la diagonale lungo la quale si congiungono le lettere.

Il neonato CUCS mieteva consensi in Sud, dove aderirono Boys, Fossa dei Lupi, Pantere Giallorosse e per breve tempo i Fedayn, ma non cancellò sigle e gruppi. Intorno al muretto presidiato dal Commando, il cui nucleo occupava un perimetro di circa 100 metri, s’adeguavano o perdevano il posto gli occupanti abituali, cui s’imponeva, se necessario con le maniere forti, la prossemica ultrà e il dovere d’un attivismo fatto di fatica fisica. Se l’usanza era di seguire la partita seduti e lanciare sporadici cori, ora si stava in piedi e si cantava senza requie. Oltre a uno striscione monumentale da 42 metri di lunghezza, il gruppo disponeva d’otto tamburi e di due bandieroni: poco per trascinare migliaia di persone. Urgevano fondi, le casse languivano e l’autotassazione non bastava. Di qui l’idea di vendere il materiale griffato, in linea con una tendenza che dalle società calcistiche arrivava fino al tifo creando marchi che si adagiavano su adesivi, sciarpe, cappelli, magliette. Autoproduzione, marketing e vendita allo stadio, dove il cliente del merchandising spesso e volentieri si candidava a essere una nuova leva15. Risaltano per fantasia grafica gli adesivi, in un arco di tempo che va dalla fondazione fino ai primi anni Novanta. Primeggia, com’è ovvio, la truculenza.

Teschi con o senza elmo, a volte col basco, elmetti moderni e antichi cimieri, chiavi inglesi, un’ascia bipenne, legionari e altri tipi d’indomiti guerrieri. Tra loro Rambo, il reduce del Vietnam reso celebre da Sylvester Stallone: rifiutato dal paese per cui ha combattuto, resiste a omologazione e ipocrisie con una temerità in cui evidentemente a molti ultrà piaceva rispecchiarsi. Tra i personaggi paradigmatici c’è anche Zagor: è il giustiziere di frontiera, incarnazione d’un superomismo temperato dalla vocazione sociale a difesa degli oppressi. Fuori da qualunque si collocano i laziali, bersagli di canzonature e minacce cui contribuisce perfino il signore dei vampiri: «il sangue dei laziali», si cantava, «sprecato non sarà – anche il conte Dracula è del Commando Ultrà». Evoca i poliziotteschi allora in voga l’immagine dell’uomo in occhiali da sole con canna della pistola diretta verso chi guarda: «Difendersi è un dovere… Combattere è un obbligo». I manifesti per il reclutamento bellico, col classico «I want you» e dito indice puntato verso l’interlocutore si tramutano in perentori inviti a tifare Roma. Non mancano inni allo stordimento alcoolico e all’irrazionalità del tifo – «La Roma è magia… la Sud è follia» si legge intorno a un saltellante Snoopy. Il volto del pellerossa omaggia la ribellione contro un invasore soverchiante; l’ET datato 1984 è tributo cinefilo alla sovrumanità della Roma: «cose d’altro mondo». Il leone emblema della Scozia era ed è assai gettonato per i cromatismi giallorossi dell’originale. Apprezzatissimo, non solo tra i romanisti, il fumettistico Ranxerox (già Rank Xerox): androide rozzo e sboccato, protagonista d’una futuribile Roma cyberpunk16.

Incombeva la questione violenza. All’inizio del 1976 risale uno dei primi incontri al vertice tra politica istituzionale e politica calcistica, subito dopo gli scontri di Roma-Juventus dell’11 gennaio. La stampa romanista è punteggiata nei mesi seguenti d’articoli di denuncia e qualche volta d’analisi, come quelli di Bernardo Barbaresi inviato di «Giallorossi» nel cuore della Sud violenta. Lì scopre giovani pronti a una furia da “Arancia meccanica”, apparentemente fine a sé stessa, pregustata con voluttà e appagante perché in grado di alimentare l’autostima attraverso imprese rischiose. La massa indistinta e un fazzoletto tra occhi e collo facilitano l’anonimato e regalano ardimento, ma non manca l’audacia solitaria del cane sciolto a viso scoperto. Un fenomeno interno alle logiche conflittuali dell’agonismo sportivo o forse delinquenza comune trapiantata nel calcio? Se si trattasse d’estremismo politico travasato dalle piazze nello stadio, una sorta di strategia della tensione che facendo leva sul teppistello da strada intenda destabilizzare le ribalte sportive per guadagnare visibilità e reclutare nuovi picchiatori?17 Indipendentemente da disegni eterodiretti veri o presunti, che per una parte degli ultrà il tifo fosse proiezione sportiva del radicalismo politico era chiaro agli osservatori e a tanti attori protagonisti. Lo spiega bene un ex ultrà di Civitavecchia, che approda in curva «più o meno inconsapevolmente» dopo lungo peregrinare tra assemblee studentesche e piazze, in nome della stessa ostilità verso adulti e potere costituito18.

Di fatto il CUCS mal digeriva le intromissioni del tifo adulto. Quando il CCRC creò il Centro giovanile giallorosso come organismo di raccordo dell’intera galassia ultrà romanista, ci fu chi si oppose: il Fedayn Roberto Rulli, alla terza partita in casa, tagliò via a colpi di forbice la sigla d’obbedienza societaria dallo striscione del Commando19. È una discrasia che si nota anche dalla prima informazione sul CUCS reperibile nella stampa romanista: una foto immortala l’immenso striscione del Commando ma la didascalia a margine non lo nomina, limitandosi a riportare i ringraziamenti del CCRC ai «ragazzi» del Centro giovanile giallorosso20. D’altronde gli ultrà, lo esplicitassero o meno, si sentivano superiori agli altri tifosi, per motivazioni e capacità. Era un mondo autoreferenziale di cui le trasferte, col passare del tempo, diventeranno momento d’elezione per lunghi racconti che trasmettevano i codici d’appartenenza dai veterani ai neofiti. In questa comunità di cui nessuno si diceva leader, i erano officianti d’un rituale da gradinata, da coordinare spalle al campo con e per i compagni. Nelle settimane in cui vedeva la luce il CUCS moriva Memmo Montanari, il primo capotifoso del tifo organizzato giallorosso: un passaggio di consegne intergenerazionale si compiva, spalancando le porte d’un futuro decisamente proiettato verso il passato. Nel caso dei romanisti, i colori, lo stemma, il nome di Roma si ergevano a valori intangibili e supremi, insieme alla storia di Roma e del suo passato di dominatrice, che inizia a far capolino tra i motti del CUCS fin da subito.

A metà anni Ottanta, la Roma e i suoi tifosi primeggiavano in Italia e in Europa, con la squadra che conquistava lo scudetto nell’’83 e sfiorava la Coppa dei campioni nell’’84, e la Curva Sud che faceva scuola per capacità di supporto e spettacolarità delle coreografie, oltre a costituire uno spauracchio non da poco per i “nemici”. Per chi, già maturo, constatava un’inedita attrazione per il tifo, la prospettiva di una poltroncina nel settore Distinti o in tribuna era più che sufficiente per saziare la voglia di partecipazione. Per i giovani d’ambo i sessi, la possibilità di ascendere allo status formale d’ultrà appariva invece come un momento-soglia importantissimo, un passaggio verso l’adultità e il compimento d’un sogno che aveva dell’esistenziale. Il modo migliore, forse l’unico vero, per conferire degna investitura al proprio essere romanisti. Per tanti di quella generazione, la curva era fonte d’ispirazione irresistibile in termini d’autodeterminazione. Gli ultrà, infatti, mostravano la via per uscire dal guscio casalingo e intraprendere un modello eroico di vita. A un decennio dal declino del CUCS, un ex alimenta il mito della curva avanzando una lettura identitaria intorno ai perché di questo carisma21:

Io sono legato alla storia del più grande gruppo del mondo, il migliore di sempre. E lo sai perché il Commando lo è stato? Perché il Commando era la città […] il Commando era semplicemente il popolo di Roma: la gente veniva dalle borgate, dai quartieri popolari, dalle scuole, dalle fabbriche […]. Era lo specchio di una certa città. […] Quando la Sud cantava, quando si muoveva, era immediatamente chiaro di chi fosse la squadra, a chi appartenesse, per chi giocasse […]. Gli ultrà erano la voce del popolo di Roma […], non avevamo il problema di colmare la distanza con chi tifava Roma, con i pensionati, i bambini, le casalinghe, i lavoratori, chi te pare, noi eravamo immediatamente qualcosa in cui tutti i tifosi della Roma – oddio, molti – si riconoscevano.

Unanimismo romanofilo, vincolo viscerale col territorio urbano, base popolare: è un’autorappresentazione, questa, che negli anni d’oro, tra 1983 e 1986, doveva aver persuaso non pochi contemporanei. Ai loro occhi, gli attivisti del CUCS erano tribuni cui affidarsi, persone che si erano caricate di responsabilità collettive in virtù di una forza morale superiore.

La posta in gioco saliva per le ragazze, minoritarie ma ormai numerose e riconosciute: la supertifosa surclassa la “tifosetta” nella fenomenologia della romanista di fine anni Settanta. A metà decennio si notano i primi inviti a formare un gruppo al femminile, che vedrà la luce solo nel dicembre 1984 con il nome di “Ragazze giallorosse”, e per alcuni anni colorerà di rosa la Sud col beneplacito di AIRC e CUCS22. Fuori dall’associazionismo, le comitive di tifosi rimanevano contesti ad alto tasso maschile e maschilista, gelose delle proprie abitudini, scaramantiche e restie ad accogliere novità, anche fossero in veste di una fanciulla nordeuropea portata occasionalmente sugli spalti da un vecchio amico23. Il caso poteva fungere da insospettabile molla per far scattare la passione: fu così per la moglie del noto giornalista Antonio Padellaro, che nel 1984 scopriva un mondo nuovo, lontano dall’immagine temibile che le avevano inculcato i media. Era all’Olimpico per tener d’occhio il figlio decenne, alla sua prima partita dal vivo. «Una volta entrata […]», ricorda il marito, «scoprì che c’erano tante altre donne, tante famiglie, tante persone con cui confrontarsi, scherzare, divertirsi. Da quel giorno divenne una romanista decisamente accanita»24.

L’abbozzo di un culto del CUCS s’indovina tra le righe di qualche missiva, com’è normale in un contesto, quello calcistico, intriso di religiosità e superstiziosità. Proprio perché depositari di una condizione speciale, a tratti gli ultrà appaiono confessori ai quali comunicare i pensieri reconditi in fatto di tifo, intercessori tra la comunità e il sacro nome della Roma. Se c’era qualcosa degno d’essere amato allo stesso grado e nello stesso modo della «Magica» questi erano proprio loro, al punto d’esser omaggiati essi stessi con l’epiteto onorifico «MAGICI»25. Supporto primario della squadra nel bene ma soprattutto nel male, la Sud era orgoglio e blasone, un coagulo di affidabilità infallibile: «voi», scrive infatti Annalisa rivolta ai suoi amici di penna, «non sbagliate mai»26. E proprio come capitava d’abitudine ai beniamini in casacca giallorossa, mutande e calzettoni anche per quelli in t-shirt, jeans e scarpe da ginnastica poteva giungere di tanto in tanto una richiesta d’autografi: magari sull’autoscatto della tifosa in via di trasferimento dalla capitale e bisognosa, perciò, di un prezioso cimelio per vincere la prevedibile incipiente nostalgia27.

Scrivere agli ultrà significa interrogarsi sul senso della condizione di tifoso cercando di spiegarla prima di tutto a sé stessi, con risultati ondivaghi. Tra un romanocentrismo di maniera, probabilmente indotto dall’enfasi del discepolo zelante, e un desiderio di capire che appare invece puro e attonito, Cristina riflette così:

Confrontandomi (anche se il tifoso romanista non si può confrontare, per principio, con nessun altro tifoso) con altri tifosi di altre squadre mi accorgo […] che quello che sento per la mia Roma mi sembra (anzi, è) totalmente diverso da ciò che sentono gli altri. È qualcosa di così profondo ed importante che non ci sono parole per spiegarlo. Voi tutti che siete Ultrà forse mi capite, ma far capire agli altri che la Roma è tutto per me, è la vita e il mondo intero, è un po’ difficile28.

Il dolore per una sconfitta instilla dubbi che durano il tempo fuggevole di qualche lacrima: «Sto veramente male, a volte maledico il giorno che ho imparato a conoscere la Roma, ma poi subito me ne pento, mi pento terribilmente, credo che senza di lei, senza il Commando, la mia vita non avrebbe uno scopo, amo troppo coloro che ogni domenica fanno di una semplice curva, la curva più bella del mondo, e tutto questo mi riempie d’orgoglio»29.

In rari momenti, il sovraccarico di senso attribuito a un’attività disimpegnata come lo sport dà le vertigini, una sgomenta coscienza della sproporzione tra il proprio investimento emotivo nel tifo e la greve tragicità della vita: «Quando seguo la TV per sapere se il mio idolo ha problemi fisici o meno, o se è stato squalificato etc., mentre aspetto mi capita di ascoltare notizie drammatiche di terremoti; catastrofi, guerre… vedo scene commoventi e a volte strazianti, ed allora quasi mi vergogno della mia passione e dell’importanza che do al calcio». Poi l’ego prende il sopravvento e con esso la consolatoria riscoperta della sua legittimante ricchezza: «C’è chi ama una persona, chi ama la musica, chi ama l’arte… beh noi amiamo una squadra che è nel nostro cuore e che abbiamo nel sangue»30. Per chi non va allo stadio, perché troppo giovane, lontano o indaffarato, la presenza costante di un’avanguardia incrollabile è conforto e fonte di speranza, come si trattasse di una delegazione permanente agli affetti più cari. Consegnarle le sorti della Roma prende allora la piega d’una preghiera secolare enfatizzata da maiuscole, iterazioni e tono accorato: «La Roma deve sostenere degli impegni importantissimi ed io vi PREGO di starle molto vicino […]. Io sono sicura che Voi non avete bisogno delle mie esortazioni ma che lo sapete da Voi cosa dovete fare per il BENE della MAGICA, ma io vi Prego lo stesso […]. Vi prego di aiutare la Roma e non lasciare soli i nostri Ragazzi»31.

Tanta è la loro forza propulsiva che gli ultrà appaiono i tutori dei calciatori, santi da trincea senza i quali quegli altri si ridurrebbero ad agnellini sperduti. Non c’è dubbio, per Margherita, che i tifosi a oltranza siano latori di una «fede» e che lo spazio da cui propagano il verbo, la curva, sia un «TEMPIO». «Non è semplice», argomenta con un periodare d’eleganza romantica, «racchiudere in poche righe l’immensità di quell’amore reale, schietto che avete infuso nel mio animo, nello stesso mio cuore che sento pulsare ardentemente, quasi volesse esplodere per estrinsecare l’abnegazione che nutre nei confronti della “Magica”, ogni qual volta gli giunge questo armonioso nome: Roma»32. Impossibile non indovinare in queste parole un operante mito di Roma di cui i tifosi eletti sono predicatori missionari. Religione civile romanista e cristiana si mescolano in una crasi da tardo impero, allorquando paganesimo, cristianesimo e altri culti mediterranei s’intrecciavano disinvoltamente nei luoghi e nei modi delle liturgie. Ecco allora che anche la statua di Monte Mario, omaggio alla madonna liberatrice di Roma nel pieno della Seconda guerra mondiale, entra a far parte «di quell’unico cuore che è il cuore giallorosso»33.

Come da tradizione, anche in questo quadro la Roma è prodotto tipico della romanità e si sovrappone a Roma città formando un tutt’uno. «Sono solo una delle tante, convinte tifose che», scrive ancora Margherita, «la “Caput Mundi” annovera dalla “sua”»: qui l’epiteto latino proprio dell’Urbe si applica senza bisogno di spiegazioni alla squadra. Tante le lettere da fuori Roma, da lontane città in cui il nome della capitale si libera dalle superfetazioni dell’antistatalismo e svetta puro. Romanofila isolata in provincia d’Alessandria, l’adolescente Claudia rintuzza i preponderanti juventini grazie a qualche trasferta trionfale, tra cui quella genovese che fruttò il secondo scudetto, escursioni occasionali nella Città Eterna, l’ascolto della discografia romanista e un’immagine ingenuamente lusinghiera dei quiriti: «voi Romani siete veramente fantastici, bravi e simpaticissimi»34. Dall’hinterland napoletano, Roma, i romani e il loro dialetto sono vagheggiati come un eldorado perduto da Virginia, nata nella capitale ma trasferitasi fin da bambina al seguito della famiglia. «Forse il tifo», confessa dietro un velo di mestizia, «è l’unica cosa che mi tiene ancora legata a Roma»35.

Era meglio quando si stava peggio? Intorno a quest’eterno dilemma sul valore formativo della sofferenza si soffermano in tanti riflettendo sui bei tempi andati, quando il CUCS viveva i suoi primi pionieristici anni e la Roma vivacchiava tra media e bassa classifica, a confronto con un’attualità in cui la Sud dev’essere all’altezza della propria stessa fama e di una Roma dominante in Italia e fuori. Sono invidiabili i più giovani, che erano bambini inconsapevoli quando a fine anni Settanta i giallorossi lottavano per non retrocedere, o chi quelle difficoltà le ha vissute in età matura, temprandosi nelle durezze e compattando i ranghi di un esercito d’affezionati pronti a tutto? Mauro, figlio della generazione dei “vincenti”, rimpiange di non aver potuto dare il suo contributo d’ultrà alle buone sorti della fu “Rometta” e biasima i curvaroli imborghesiti. «Alcune volte, la domenica quando mi trovo lì, insieme a voi, vedo molta gente che si arrabbia perché non riesce a vedere la partita, oppure, quando la Roma non riesce a segnare, vedi qualcuno che al posto di cantare più di prima, si addormenta e si sveglia solo quando il Bomber [Roberto Pruzzo, nda] o qualcun altro ha segnato»36.

Su un aspetto concordano tutti: esserci conta più di qualunque altra cosa. «Quasi tutte le domeniche, io sono lì, in mezzo a voi», si schermisce Alessandro, «ma quelle poche volte che non vengo in Curva Sud, rimpiango amaramente di non essere lì in mezzo a voi ad invocare e cantare il nome della Magica Roma»37. Spunta qualche sporadico tentativo d’avvalorare la passione a distanza dichiarando il patimento davanti a TV e radio, ma sono gli stessi scriventi a riconoscere l’inferiorità di quel genere d’esperienza di fronte alla partecipazione fisica all’evento-partita. Meglio ancora: fare a gara per stare il più vicino possibile al baricentro vocale della curva, sgolarsi, dare tutto. «Dovevo tornare a casa senza voce», ricorda un giovane d’allora, «poca voce molto onore. Stare in Sud ai lati o troppo su non era la stessa cosa, volevo stare dove si cantava di più e quindi dovevo arrivare presto, sennò sarebbe stato tutto pieno, scale comprese […] per me quel pubblico, quella Curva, erano all’epoca una ragione di vita»38.

Non mancano appunti sulle scelte strategiche del CUCS. In particolare, quella di tornare sullo storico muretto e di lasciare la parte bassa della curva, resa meno accogliente dall’innalzamento dei vetri tra spalti e pista d’atletica e dal paventato rischio che si stemperasse il volume di suono del tifo. Siamo nell’ottobre 1984 e Massimo da Roma contesta l’esodo rivendicando i vantaggi del tifo da parterre: una migliore acustica, dal vivo e in TV; una maggiore visibilità sul piccolo schermo, data dal fatto che stare in basso rendeva più facilmente identificabile il gruppo; più corse esultanti sotto la curva, giacché i giocatori, sapendo il CUCS lì di fronte, ne erano inevitabilmente attratti. Sono osservazioni da esegeta dell’esibizionismo ultrà e delle sue logiche scenografico-teatrali, che dialogano a distanza con analoghe osservazioni dall’interno del gruppo39.

Anche il narcisismo del voleva la sua parte. Un narcisismo cooperativo, che esprimeva la voglia di rimirare l’effetto dell’interazione di gruppo, anzi di massa. Ricorda Lorenzo, all’epoca giovane curvarolo: «In quegli anni compravo tutti i quotidiani sportivi per trovare magari quella foto che faceva un pezzo in più della Curva o uno striscione in più, non cercavi di vedere te stesso ma la tua Curva, c’era l’orgoglio di appartenere a quel settore, di farne parte, non c’era individualismo». Una fotografia benfatta poteva valere un bel quadro incorniciato o almeno qualche attimo di sfoggio collezionistico: «capivi la buona riuscita di una coreografia quando dal giorno dopo partiva la caccia alla foto e la domenica dopo avevi i capannelli di gente fuori dallo stadio che le comprava da chi le aveva fatte e sviluppate. E non è che ne girassero migliaia, quindi te le volevi accaparrare presto. Erano motivo di vanto a scuola e con gli amici, diventavano subito cimeli introvabili»40. Gli stessi ultrà incentivavano l’esuberanza estetica del tifoso da curva. Nella stagione 1985-1986 un informale concorso per la bardatura più originale dava diritto a un biglietto omaggio a discrezione del direttivo CUCS, che invitava il vincitore a recarsi in zona tamburi dopo aver letto il proprio nome nella rubrica di «Giallorossi»41.

Tanto dell’epistolario s’incentra sulle pratiche del tifo e su come renderlo un mezzo efficace di propaganda, si direbbe, e di esaltazione fideistica. Tracce di fanatismo s’intravedono tra le righe ma sono ridotte al minimo. Il tifo ultrà risalta come un modello etico rispetto al quale fanno ben magra figura i modi alternativi di seguire la partita. C’è chi definisce una «SVENTURA» vedere un match dalla Nord, accettabile solo per il fallimento di ogni tentativo d’intrufolarsi nella curva “giusta”; e chi teme che dichiararsi una «TEVERATA», cioè un’abituale della tribuna Tevere numerata, potesse di per sé implicare il rischio d’essere cestinata42. La rubrica del CUCS prevedeva una sezione epistolare e una di articoli dei lettori, che s’improvvisavano quindi giornalisti. Gustoso è il raccontino di una curvarola convinta che, costretta dalle circostanze ad accomodarsi in Tevere anziché presidiare l’adorata Sud, ci offre uno spaccato della sua «esperienza scioccante» in compagnia di due amiche oltranziste quanto lei, intitolandolo appunto «90 minuti in Tevere»43. Siamo all’Olimpico di mercoledì pomeriggio per il ritorno dell’ottavo di finale di Coppa Italia contro il modesto Parma, all’epoca in B e destinato a retrocedere in C a fine stagione: l’occasione ideale, pensa il popolo romanista, per rialzare la testa dopo un grigio inizio stagione. Mentre la Sud è già piena, la Tevere si popola con la lentezza tipica dei settori algidi, insofferenti alle lunghe attese prepartita. Durante il primo tempo la Roma non brilla ma passa in vantaggio. «Si sentono i cori del COMMANDO», ci dice la nostra narratrice,

e noi tre, in mezzo a gente ammutolita, cantiamo a squarciagola, attirando gli sguardi e i commenti di tutti. Il secondo gol non arriva e il tifoso-Tevere comincia a stancarsi, arrivano i primi fischi (primi di una lunga serie!!!) le prime critiche: “Aho! Manco cor Parma riuscimo a segna’! Ma perché nun fa usci’ quer morto, ma che aspetta a buttallo fori!!” e via dicendo.

Girano le lancette e rialzano la testa gli avversari. A venti minuti dalla fine, segnano il gol che darebbe loro la qualificazione visto lo 0-0 in terra emiliana. Attimi di gelo per l’Olimpico giallorosso. Riprendono i cori degli incrollabili e i fischi e motteggi degli ipercritici, fino a che l’arbitro non decreta la fine: Roma eliminata. «Qui la gente si alza e si avvia all’uscita», va avanti il racconto,

quando sento qualcuno che dice: “Guarda quei scemi! Ancora continuano!”. Eh no! A quel punto non ho più potuto trattenermi, mi è salito il sangue agli occhi, e con tutta la rabbia che avevo in corpo ho risposto: “‘Quei scemi’ lì sono quelli che sostengono la squadra dal 1° al 90° minuto, che danno l’anima per lei, che, grazie a loro, alla Roma è riconosciuto il titolo di miglior tifo di Italia con il quale tu, che non fai un cavolo se non di venire qui 5 minuti prima dell’inizio, poggiare il sedere sulla panca e rialzarlo quando è finita la partita, ti vanti di essere un ‘TIFOSO ROMANISTA’”. E poi altro che ora non posso elencare causa volgarità! Stanche di quel posto siamo venute in Curva e insieme al COMMANDO siamo andate davanti agli spogliatoi continuando a cantare. In quel momento tutta la rabbia che avevo dentro se n’è andata […] e mi sono di nuovo sentita una vera TIFOSA.

Capita che gli ultrà bacchettino i comuni che s’abbandonano al disfattismo e al tifo contro, come in Roma-Varese di Coppa Italia, nel settembre 1978, quando la contestazione fu messa a tacere con la forza. Seguì un proclama all’incitamento indirizzato dal CUCS a tutti i confratelli dell’Olimpico, quelli sugli spalti e quelli in campo, in occasione del rientro del grande terzino Francesco Rocca dopo un terribile infortunio, il 22 ottobre. L’esperienza ci insegna, tuttavia, che anche la curva fischia e protesta. Tempo qualche settimana, infatti, ed era la Sud a guidare la sollevazione contro la squadra in occasione di un deprimente Roma-Torino che causò il licenziamento del Gustavo Giagnoni, lapidato, e non solo metaforicamente, dal pubblico dell’Olimpico44. Nella percezione generale, gli ultrà hanno più diritto di farsi sentire per ovvi crediti da militantismo, ma basta la logica del buon padre di famiglia per rivendicare un diritto non meno conclamato di criticare. La sintetizzano così quelli del Roma club Centocelle: «Se i giocatori mettessero la stessa volontà che noi abbiamo sul lavoro, chissà quali magnifici risultati ne verrebbero fuori!»45.

L’immagine edulcorata del ventre dell’Olimpico come luogo ideale abitato da persone moralmente inattaccabili è rassicurante, ma a uno sguardo disilluso può apparire diversa da come la si era rimirata. La lunga lettera di una diciottenne pone un quesito cruciale: amare la Roma e gli ultrà si può conciliare col sano desiderio di godersi la partita in un luogo tranquillo e sicuro? È ciò a cui mira Manuela, aspirante curvarola d’indole raziocinante che con fatica riesce a farsi portare da un cugino al derby, il primo dal vivo per lei, salvo poi scoprire di non poterlo vedere. Piazzata nel settore adiacente alla Sud, i Distinti, conquistava con fatica un posto nelle file basse. «Passavano le ore», racconta,

la stanchezza non la sentivo e riuscivo a rimanere abbastanza calma anche riuscendo a vedere solo un piccolo scorcio delle due porte. Ma più il tempo passava e meno vedevo, spinta da persone più forti e prepotenti. Morale: sono arrivata all’inizio della partita che ho dovuto pregare mio cugino (che grazie alla sua altezza qualcosa vedeva) di farmi la… radiocronaca in diretta. Chiaramente lo scontento ha cominciato a serpeggiare tra i tifosi che si chiedevano una cosa che adesso mi chiedo anch’io: possibile che il presidente Viola abbia messo in vendita così tanti biglietti in soprannumero? Tanto più che se fosse successo qualcosa sarebbe stata una tragedia, visto l’affollamento incredibile delle scale che accedono all’uscita46.

Apparentemente, essere ultrà implica libertà e autosufficienza, resistenza fisica, e il tempo libero per poter esercitare la missione senza soluzione di continuità. Tante condizioni che parrebbero tagliar fuori un gran numero di persone intimamente predisposte all’impegno ma, per un motivo o per un altro, impossibilitate a presidiare la prima linea. È quanto lamenta Valentina in una lettera scritta per autoassolversi ma anche per porre un problema di sostanza: essere ultrà è necessariamente un privilegio di pochi dotati di tutte le carte in regola per essere eroi? D’altronde, anche chi potrebbe (ma non fa) abita la curva, che è piena di comprimari o intermittenti del tifo aggregati intorno a un’avanguardia di qualche centinaio di trascinatori. Ecco allora che la prospettiva cambia e l’aristocrazia del tifo si definisce come una condizione interiore, una sorta di stato d’animo inverificabile, modellato non da età, indipendenza, vigoria, bensì da un’indole più o meno resiliente: «Ultrà non è solo il ragazzo che canta, ultrà si è prima di tutto nel cuore […], conosciamo ultrà di 70 anni! […] Il cuore della gente che soffre per la Roma è lo stesso»47.


  1. 1 Sulla storia del movimento ultrà in Italia esiste ormai una nutrita letteratura cfr. S. Louis, Ultras. Gli altri protagonisti del calcio, Milano, Meltemi, 2019; A. Dal Lago, Descrizione di una battaglia, Bologna, il Mulino, 1990; A. Roversi, Calcio tifo e violenza. Il teppismo calcistico in Italia, Bologna, il Mulino, 1992; F. Bruno, Storia del movimento ultrà in Italia, in V. Marchi, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa, Roma, Red Star Press, 1994, pp. 217-255.

  2. 2 Intervista a Fulvio Stinchelli, in M. Impiglia, Forza Roma daje Lupi. La prima storia completa del tifo giallorosso, Roma, Ed. Libreria Sportiva Eraclea, 1998, p. 114.

  3. 3 Intervista di Dino Viola con Nicola Montanaro, Con i tifosi esiste un ferreo legame d’amore, in «Giallorossi», aprile 1980, p. 9. Per un’antologia audiovideo di «violese», cfr. https://www.youtube.com/watch?v=ab6-PY1fFhU;

  4. 4 L’intervista a Benetti è in F. Bovaio, Cinquanta volte Roma. Le partite più importanti della storia giallorossa raccontate dai protagonisti, Roma, Edizioni La Campanella, 2004, p. 47.

  5. 5 P. Pileri, L’entusiasmo di Rieti per l’arrivo della Roma, in «Corriere dello Sport», 11 agosto 1950. Sulla «Fiaccola giallorossa», ringrazio Adriano Verdolini per l’intervista telefonica che mi ha rilasciato il 14 marzo 2024.

  6. 6 F. Giustini, In Viale Somalia HH è di casa, in «Giallorossi», 15 ottobre 1971, pp. 42-45 (in un altro articolo, Gli ‘aficionados HH’ in fiduciosa attesa, la nascita del club si fa risalire al giugno del 1970, ivi, 20 ottobre 1973, pp. 30-31; altrove al 1969: G. Mingoli, Trecento leoni di colore giallorosso, ivi, 15 maggio 1975, pp. 28-30); F. Giustini, Fiocco giallorosso a San Lorenzo, ivi, 15 novembre 1971, p. 41; S. Marconi, Anche a Milano un circolo della Roma, ivi, 1 gennaio 1972, p. 44, con rettifica sulla data d’apertura del club in A tu per tu con i lettori, ivi, 1 febbraio 1972, p. 4; F. Giustini, Anche a Pavona si grida: forza Roma!, ivi, 15 gennaio 1972, pp. 51-53; Id., A San Giovanni un circolo… in mezzo alla strada, ivi, 1 maggio 1972, pp. 27; Pice, Al Portuense un grande circolo giallorosso, ivi, 15 dicembre 1972, pp. 18-21; Anche a Pomezia un circolo giallorosso, ivi, 15 gennaio 1973, pp. 18-19; Malta: costituito all’estero il primo Roma club, ivi, 1 marzo 1972, pp. 20-21; D. Torromeo, A Tormargana un avamposto giallorosso nel covo della tifoseria biancazzurra, ivi, 20 novembre 1973, pp. 36-38.

  7. 7 F. Baranello, 15 settembre 1971 - 45 anni fa usciva il primo numero di ‘Giallorossi’, in www.laroma24.it, 15 settembre 2016, [https://laroma24.it/rubriche/corsi-e-ricordi/2016/09/15-settembre-1971-45-anni-fa-usciva-il-primo-numero-di-giallorossi#google_vignette], 2 dicembre 2024. Un compendio delle foto di Tedeschi è in R. Tedeschi, D. Torromeo, La mia Roma, Roma, Absolutely Free, 2017.

  8. 8 R. Gherardi, Arrivederci a settembre, in «Giallorossi», 30 giugno 1972, p. 3.

  9. 9 La famiglia GIALLOROSSA, ivi, 20 settembre 1973, p. 32.

  10. 10 F. Melli, In un mondo di computer il tifo romanista è sentimento, ivi, 15 maggio 1975, pp. 31-32. Il dato sul numero totale dei romanisti è in G. Martino, A. Barbato: La Roma mi piace non c’è più aria di dolce far niente, ivi, febbraio 1977, p. 6.

  11. 11 G. Martino, Stelvio Cipriani che sogna una grande squadra, ivi, giugno 1977, pp. 10-11.

  12. 12 D. Torromeo, Signori, il Centro Coordinamento, ivi, 15 luglio 1975, p. 34.

  13. 13 M. Ferretti, Biasini presidente dei tifosi italiani, ivi, febbraio 1977, p. 36.

  14. 14 S. Meloni, I ragazzi della Sud, in «Contrasti», 4 novembre 2017 [https://www.rivistacontrasti.it/ragazzi-della-sud-cucs-commando-ultra-curva-sud-antonio--bongi-as-roma-romanismo-curva-sud/], 2 dicembre 2024.

  15. 15 CUCS, Commando Ultrà Curva Sud. 12 anni di storia, immagini, passioni, follie di uno dei gruppi ultrà più famosi d’Italia, Roma, Multimedia, 1987, pp. 13-14; interviste a Fausto Iosa e Antonio Bongi, in Impiglia, Op. cit., pp. 95-96. Il CUCS si racconta nell’inchiesta di Mimmo Ferretti con la collaborazione di Francesco Storace, Commando Ultrà Curva Sud, in «Giallorossi», maggio 1978, pp. 34-35.

  16. 16 Per le immagini: http://www.asromaultras.org/adesivicucs.html (e le successive pagine), 2 dicembre 2024. Icona del ribellismo antiautoritario, l’effigie di Ranxerox compare, ad esempio, su una sciarpa romanista degli anni Ottanta: https://picclick.it/Sciarpa-ultras-Roma-anni-80-125582415480.html#&gid=1&pid=1, 2 dicembre 2024. Fuori dall’ambito romanista, la connotazione tossico-alcoolica del tifo ultrà è dichiarato valore di vari gruppi: i Freak Brothers della Ternana, ad esempio, che prendono il nome da un fumetto i cui protagonisti sono quattro consumatori abituali di droghe leggere, hanno per slogan «lo sballo continua» e raccontano in un libro autoprodotto venti «stupefacenti» anni del gruppo; i Freak Boys del Bologna, che ostentano sulla “pezza” una foglia di marijuana, stesso simbolo che campeggiava anche su quella dei Nuclei Sconvolti cosentini, alfieri d’anticonformismo e antiproibizionismo.

  17. 17 B. Barbaresi, Il giorno più lungo della Curva Sud, in «Giallorossi», novembre 1976, pp. 34-35; Id., Sport tifo odio. Cosa c’è dietro la violenza?, ivi, gennaio 1977, pp. 14-15; Id., Allo stadio per sfogarsi, ivi, marzo 1977, pp. 14-15. Sui nessi tra politica e mondo ultrà cfr. V. Marchi, Italia 1900-1990: dal supporter all’ultrà, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa, a cura di Id., Roma, Koinè, pp. 155-213, in particolare pp. 191-196.

  18. 18 Dal blog di Aldo Caferri (Ultrà Roma sezione Civitavecchia 1985), C’è tempo, 10 gennaio 2018, [https://urcv1985.wordpress.com/2018/01/10/ce-tempo/], 2 dicembre 2024.

  19. 19 Meloni, Op. cit.

  20. 20 Notizie dai clubs, in «Giallorossi», gennaio 1977, pp. 36-37.

  21. 21 Intervista a D. di Lorenzo Giudici, La giusta distanza. La notte dell’11 novembre 2007, in Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno, a cura di S. Cacciari, L. Giudici, Firenze, La Casa Usher, 2010, pp. 80-81. Per uno studio di caso sull’emancipazione sociopolitica data dall’essere ultras, si veda I. Pitti, Giovani ultras e marginalità sociale: la partecipazione come strategia di resistenza quotidiana, in «Studi di sociologia», 2018, pp. 1-16.

  22. 22 R.C. Ragazze Giallorosse, in «Giallorossi», ottobre 1985, p. 43. Questo l’adesivo delle Ragazze giallorosse: http://www.asromaultras.org/ragazze%20001.jpg. Sull’immagine della supertifosa: G. T.[ramontano], Maria “la pasionaria”. Ritratto di una supertifosa, in «La voce del tifoso», luglio 1978, pp. 74-75. Traccia pionieristica della volontà di creare un Roma club per donne è la lettera di Daniela, in «Giallorossi», 15 febbraio 1975, p. 43. A livello nazionale, un gruppo precoce quanto noto fu quello delle Donne Ultras del Torino: le contrassegnava l’acronimo SLAS, dal nome delle fondatrici (Susanna, Luisa, Anna e Silvia). Sul fenomeno donne ultras: I. Pitti, Being women in a male preserve: an ethnography of female football ultras, in «Journal of Gender Studies», 28 (2019), n. 3, pp. 318-329.

  23. 23 Salvo poi scoprire che l’intrusa porta fortuna e disperarsi quando l’amico annuncerà la rottura della relazione amorosa e, quindi, delle comparsate calciofile di lei: dal racconto autobiografico di Antonello Venditti, L’importante è che tu sia infelice, Milano, Mondadori, 2009, pp. 96-97.

  24. 24 G. Carlotti, Unico Grande amore. Storia di romanisti in trasferta, Roma, Puky, 2011, pp. 66-67.

  25. 25 Archivio storico AS Roma (ASASR), fondo Commando Ultrà Curva Sud, lettera di Annalisa, Roma, 26 gennaio 1985.

  26. 26 Ivi, Annalisa, Roma, 31 marzo 1984.

  27. 27 Ivi, lettera di Cristina, Roma, 30 novembre 1984.

  28. 28 Ivi, lettera di Cristina, Tortoreto Lido (TE), 19 dicembre 1984.

  29. 29 Articolo di Francesca M., “Sampdoria-Roma 3-0”, in «Giallorossi», marzo 1985, p. 36.

  30. 30 S. Roberto, Per chi si sente solo…, ivi, novembre 1985, p. 43.

  31. 31 ASASR, fondo CUCS, lettera di Annalisa, cit.

  32. 32 Ivi, lettera di Margherita, Aprilia, 16 aprile 1984.

  33. 33 Ivi, lettera di [nome illeggibile], Roma, 25 febbraio 1985.

  34. 34 Ivi, lettera di Claudia, Ovada (AL), 14 febbraio 1984.

  35. 35 Ivi, lettera di Virginia, Cesaria [probabilmente Casoria] (NA), 25 gennaio 1985.

  36. 36 Ivi, lettera di Mauro, Roma-Ostia, 21 marzo 1984.

  37. 37 Ivi, lettera di Alessandro, Roma, 5 aprile 1984.

  38. 38 S. Faccendini, Che sarà sarà. La Roma dalla finale contro il Liverpool all’arrivo di Fabio Capello, Roma, Ultra Sport, 2017, p. 62, testimonianza di Andrea.

  39. 39 ASASR, lettera di Massimo, Roma, 14 novembre 1984; L.C., Tornare lassù, in «Giallorossi», novembre 1984, p. 42.

  40. 40 Faccendini, op. cit., p. 60. La seconda citazione è di Fabio, anche lui frequentatore abituale della Sud negli anni Ottanta. Sulla caccia alla foto da incorniciare, cfr. anche la lettera di Giovanni in I Ragazzi della Sud. La posta, ivi, gennaio 1985, p. 44.

  41. 41 Iniziative stadio, ivi, dicembre 1985, p. 42.

  42. 42 ASASR, rispettivamente lettere di Margherita, cit., e di Eliana, Roma, 20 novembre 1984.

  43. 43 Ivi, lettera di Silvia, Roma, febbraio 1985. Il Roma-Parma in questione si giocò il 27 febbraio 1985 alle ore 15.

  44. 44 Lettere di tifosi, in «Forza Roma. Il film della partita – settimanale giallorosso», n. 20, 3 ottobre 1978, con risposta manoscritta di Stefano Malfatti del CUCS. L’appello a tutti i tifosi, datato 22 ottobre 1978, è ivi, n. 24, 31 ottobre 1978. La partita del sasso addosso a Giagnoni è Roma-Torino 0-2 del 5 novembre 1978.

  45. 45 S. V.[eltri], R.C. Centocelle, in «Forza Roma. Il film della partita – settimanale giallorosso», n. 23, 24 ottobre 2078.

  46. 46 ASASR, lettera di Manuela, Roma, 16 novembre 1984. Il derby di cui scrive Manuela è quello dell’11 novembre 1984, che in effetti registrò il record d’incasso per l’Olimpico in partite di campionato: oltre un miliardo e duecento milioni di lire (compresa la quota dei 22217 abbonati) e quasi 70.000 spettatori.

  47. 47 La citazione (forse di mano di Massimo, cui si rivolge la mittente) è tratta dalla risposta non firmata alla lettera di Valentina, I Ragazzi della Sud. La posta, in «Giallorossi», novembre 1984, p. 44.