Franco Bonera, Pezzi di colore. I campioni e le grandi firme degli anni Settanta nei racconti di un giornalista cresciuto con loro. Prefazione di Enrico Mentana

Roma, Ultrasport, 2024, 267 pp.

Deborah Guazzoni

Società Italiana di Storia dello Sport



L’autore di questo volume, Franco Bonera è stato giornalista e direttore di molte testate, fondatore del magazine «Sportweek» e docente presso la Scuola di giornalismo del Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. La sua formazione professionale si era svolta presso la redazione della «Gazzetta dello Sport», dove entrò diciannovenne nel 1970 e rimase per circa un decennio. Da questa esperienza nasce il volume, che si configura come una raccolta di ricordi in cui storie personali si intrecciano con le cronache sportive e gli eroi dello sport dell’epoca, nel contesto di un periodo particolarmente significativo per la storia del giornalismo italiano.

In quegli anni, infatti, il principale periodico sportivo nazionale affrontò grandi cambiamenti, in termini istituzionali e di risorse umane, con l’avvicendarsi di grandi firme, la crescita della redazione, i cambi di proprietà (dalla Società Esercizi Editoriali dell’ex presidente della Federcalcio Giuseppe Pasquale, alla Nuova Edizioni Sportive del Gruppo Fiat, al gruppo Rizzoli-Corriere della Sera) e di direttori (da Gualtiero Zanetti, a Giorgio Mottana, da Remo Grigliè a Gino Palumbo), fino al trasloco della sede redazionale (dal Palazzo dei Giornali di piazza Cavour alla sede del Corriere della Sera di via Solferino). In tale evoluzione emergono alcune dinamiche di fondo: la “smilanesizzazione” del giornale che si avvalse sempre più di una pletora di giornalisti dalla provenienza geografica molto differente tra loro e un cambiamento sostanziale del lavoro, alla cui formazione contribuiva una paziente e spesso frustrante esperienza sul campo, a dispetto della scarsa considerazione che godevano i titoli accademici. L’evoluzione della professione comportò il passaggio del giornalista da fedele referente delle competizioni sportive – e talora creatore di risultati e leggende come l’autogoal di Luciano Monticolo (pp. 35-36) – che intratteneva rapporti diretti con il proprio pubblico (pp. 35-36), a interprete dei sogni e delle gioie degli italiani, dalle vittorie delle partite (pp. 116-117) ai campioni (pp.186-188), dai sogni di grandezza dei giovani atleti e giocatori (p. 124) alla gioia di tifosi e tifose(pp. 140 e 150).

Si diffonde così un giornale che più che riferire il risultato agonistico si propone di offrire al lettore dei “pezzi di colore”, di cui era maestro Gianni Mura: si trattava di “articoli dal taglio a metà strada tra lo psicosociologico e il lirico, nei quali il fatto in sé, nel suo caso l’evento sportivo, diventava un pretesto per mettere in risalto la descrizione dell’ambiente e gli umori che vi gravitavano intorno”, ovvero pezzi “scritti in punta di penna, quelli che sapevano divertire e commuovere anche il lettore più tetragono alle emozioni, distogliendolo per qualche minuto dalla scarna cronaca di una partita di calcio o dal burocratico ordine di arrivo di una tappa del Giro d’Italia” (p. 47).

Un cambiamento che coinvolse anche le prime esponenti donne, come ad esempio Rosanna Marani, che seppur dotata di grande fiuto e capacità giornalistica, faticò a entrare in un mondo considerato ancora totalmente maschile anche se non omofobo, in cui la solidarietà tra i colleghi dello stesso sesso costituiva una barriera all’inserimento femminile (p. 118). è in quel periodo che si creò il mito della professione del giornalista sportivo, che lavorava in una redazione descritta come un piccolo cenacolo culturale, i membri trascorrevano la giornata “a scrivere, telefonare, parlare, scherzare e discutere” (p. 22), creando un giornale che “era la somma di tutto quello, la condivisione di storie, anticipazioni, interviste, cronache e resoconti che noi lettori volevamo leggere”, come ricorda nell’Introduzione Enrico Mentana, che era figlio di uno dei colleghi di Bonera e pertanto aveva potuto vivere quel clima in prima persona (p. 15).

Il volume, sebbene non rientri nel genere della saggistica storica e pecchi talora di una visione personale delle vicende raccontate, rappresenta un resoconto molto stimolante per la riflessione storica e invita il lettore a riflettere sui temi dello sviluppo storico del giornalismo sportivo, con un tono divertente e nostalgico.